Sometimes I cannot smile: la Groenlandia di Piergiorgio Casotti

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65°37′N 37°38′W

La prima cosa che ho fatto, quando ho deciso di intraprendere questo doloroso viaggio, è stata aprire Google Maps e scrivere Groenlandia. Il tempo di reindirizzarmi e sono piombata tra le nevi. La capitale è Nuuk, lo stemma un orso polare gigantesco, bianco chiaramente, su fondo blu, raffigurato di profilo come un imperatore romano ma non a mezzobusto: è una figura intera in piedi con la zampe anteriori sollevate in un selvaggio attacco e la lingua che sembra il riverbero di una fiamma.

In Groenlandia, senza girarci troppo in torno, muore un sacco di gente. E non muoiono per una natura avversa che li schiaccia e li sottomette, o almeno, non direttamente. Muoiono più che altro per scelta, muoiono per loro volontà. Non se ne parla molto in giro, ma continua a morire gente, molti sono ragazzi. La media annuale del tasso di suicidio in Groenlandia, tra il 2013 e il 2017 era di 75,1 per 100.000 abitanti. La metà di quelli che si suicidano ha tra i 10 e i 30 anni.

Piergiorgio Casotti, fotografo di Reggio Emilia, ha raccontato in un documentario video e fotografico le vite di persone che ad oggi, potrebbero non esserci più. Ha raccontato le loro paure, le angosce, i sogni irrealizzati, la forza di cercare un cambiamento che non vedono arrivare, la tristezza, la costernazione.

Per caso e per fortuna

È un caldo pomeriggio di giugno, parlo con Piergiorgio Casotti al telefono, la sua voce mi arriva lontana come se si trovasse in mezzo a una bufera di neve e invece e a Reggio Emilia. È appena tornato dagli States dov’è stato per la presentazione del suo ultimo progetto INDEX G – che tra l’altro si è aggiudicato il premio Bastianelli 2019 – realizzato insieme ad Emanuele Brutti. Parliamo di passato, di Groenlandia, col caldo che fa, parliamo della vita e della morte.

Mi racconta che il suo progetto è nato più o meno, come spesso succede, per caso. È iniziato con un matrimonio, si è sviluppato con un party, ha attraversato il freddo, la disperazione, l’apatia, ed è confluito in un cortometraggio, in un progetto fotografico e in un documentario, rispettivamente: Arctic Spleen short (2011), Sometimes I cannot smile (2013), Arctic Spleen (2014). Ma non è concluso, le sue ricadute si percepiscono ancora oggi con un corso fotografico che tiene in quei luoghi lontani e freddi (nonostante tutto), dove anche i ghiacci inesorabilmente si lasciano andare, come le persone. Racconta Casotti che una coppia di suoi amici era andata in viaggio di nozze in Islanda e da lì aveva visitato la Groenlandia, per qualche giorno. Mi dice che quando gliel’hanno raccontato gli è tornato in mente un servizio sentito in tv tanto tempo prima, quello della gente che volontariamente muore in quell’isola gigante. «Mi ha incuriosito, ho fatto delle ricerche in merito, ho letto un paio di articoli in cui si parlava di questo altissimo tasso di suicidi giovanili e a fine gennaio sono partito. Per puro caso dopo una settimana, ho conosciuto un signore danese, arrivato in Groenlandia un mese prima di me, che era e tuttora è il responsabile degli alloggi della Groenlandia dell’Est; gli ho spiegato il mio progetto e lui ha deciso di ospitarmi a casa sua, visto che viveva solo.

Piergiorgio Casotti Piergiorgio Casotti

Il primissimo viaggio, quello di orientamento, l’ho fatto con un mio amico che fa il videografo, non avevo contatti precisi, né avevo idee chiare, volevo capire se c’era la possibilità di una storia. Sono stato nella Groenlandia dell’Est, un’area grande come più o meno metà Europa che ha circa 3000 abitanti, la città principale è Tasiilaq e intorno a questa ci sono 5 villaggi molto piccoli, un paio non toccano nemmeno i 100 abitanti. Sono stato in Groenlandia per quattro anni di fila, mediamente due volte all’anno per un mese, un mese e mezzo ogni volta. Ero andato con l’idea di fare delle fotografie e di sperimentare per la prima volta la parte video. All’inizio sono rimasto due settimane dentro casa, sia perché è difficile conoscere persone, soprattutto in un contesto del genere, sia perché c’erano -20/-25°C. Poi per caso un venerdì, che era giorno di paga, sono uscito e fuori dal supermercato ho incontrato un gruppo di ragazzi con delle casse di birra che mi hanno visto, parlavano un po’ di inglese, e mi hanno invitato al loro party. Siamo rimasti in contatto e così l’anno successivo ci siamo risentiti e sono tornato in Groenlandia per la seconda volta. Già dal secondo anno ho quindi avuto la possibilità di integrarmi molto di più nel posto, pensa che alcuni di quei ragazzi, dal terzo viaggio in poi, mi hanno ospitato nelle loro case e mi hanno totalmente incluso nelle loro famiglie. Non è una cosa da poco. Da quel momento lì tutti gli abitanti di Tasiilaq sapevano che io ero parte di quelle famiglie, sapevano quello che stavo facendo e si fidavano di me. Tuttora mi accolgono come una parte di loro.

Tasiilaq, 2009.
Life for many of east greenland’s youth is a mix of boredom, violence, divided families and a troubled quest for an identity that balances the old, hunting lifestyle values of their grandparents, and the new unknown western culture.

Riguardo al problema del suicidio: i ragazzi ne parlano abbastanza apertamente, anche se tu non glielo chiedi, più o meno tutti hanno avuto in famiglia esperienze di suicidio. Per loro c’è un’idea di famiglia allargata, tra l’altro, più che la famiglia nucleare, un clan famigliare. Li ho intervistati, ho chiesto se loro ci avevano provato, molti mi hanno detto di sì. Alcuni degli intervistati oggi si sono suicidati, una è stata ammazzata, gli hanno sparato due anni fa.

Il mio approccio non è stato quello del fotografo, io lì vivevo, quella era la mia vita, la macchina fotografica ce l’avevo con me in tasca, ma non era la priorità. Io ero parte della loro comunità, mi sentivo come loro, l’unica differenza è che avevo una macchina fotografica, ma non andavo a cercare le situazioni, semplicemente le vivevo così come le vivo qui in Italia. Quando mi trovavo in una situazione che reputavo interessante, giravo la macchina fotografica e fotografavo o facevo i filmati. Non era il fotografo che andava a cercare, era una semplice persona che viveva là che aveva la fortuna di avere una macchina fotografica che registrava quei momenti, momenti di vita anche miei. Tutto quello che ho fotografato è legato anche a me, io c’ero, con tutto me stesso, non ero un estraneo. Tante situazioni le ho vissute in prima persona, anche i momenti più forti.

Quello che mi ha portato in Groenlandia è stata la mia paura della morte. Era morto mio padre ed ero spaventato, avevo paura di morire e mi attraeva questo concetto della morte, non tanto perché volessi suicidarmi, volevo piuttosto confrontarmi con questo tema. Era l’approccio con la morte che mi interessava in un ambiente estremo, desolante, di confine. Mi piacciono i deserti, freddi o caldi, la solitudine. La Groenlandia mi attraeva per il suo alto tasso di suicidi, per le percentuali che sono totalmente assurde anche rispetto al Giappone e alla Lituania. In Groenlandia ogni anno il 25% dei ragazzi prova a suicidarsi. È un problema enorme e in aumento.

Orphanes playing at sunset at minus 15. No certified pshycologists in town, just the public social services are supporting them, many times finding them foster families willing to keep them.

I groenlandesi sono un popolo nomade che negli anni ’50 del Novecento è stato soggetto a dei grandi cambiamenti, soprattutto a causa del processo di modernizzazione del Paese attuato dalla Danimarca. Sono passati dal vivere come nomadi, ad essere spostati in case di legno o palazzi di cemento. Prima vivevano in quindici, venti persone in contesti di sopravvivenza, non c’era tanto spazio per la comunicazione, non sapevano neanche che cosa fosse la comunicazione, si doveva pescare, cacciare, scaldarsi, vivere. Non c’era spazio per essere molto romantici. Se andavi a pescare o a cacciare, se si spaccava il ghiaccio e cadevi in acqua, se ti rompevi una gamba e morivi di freddo era normale. La vita era ovunque, ma anche la morte, queste due componenti erano parte della quotidianità. La morte non era percepita come un evento drammatico o insolito, era un fatto quotidiano. Anche il suicidio era una pratica sociale di risoluzione dei problemi, pratica che è stata portata avanti fino agli anni ’50, che è stata tramandata. Nella situazione in cui 15/20 persone vivevano insieme, se c’era un anziano o un infermo che era un peso per la società o la famiglia, queste persone andavano via a morire sui ghiacci. Un tempo erano i vecchi a suicidarsi, dagli anni ’50 sono i giovani, oggi senza storia né con possibilità di grandi vie d’uscita, in una situazione di disgregazione famigliare altissima, alcolismo (spesso il venerdì mattina alle 9 c’è già gente ubriaca stesa per strada), abusi fisici e psicologici. Giovani che non parlano perché per un groenlandese parlare dei propri problemi significa farsi vedere debole. Si tengono tutto dentro e alla fine esplodono. C’è la rassegnazione, anche se si suicidano sempre quando sono ubriachi. È come se avessero una doppia vita, normalmente durante la settimana sono felici, allegri, appena si ubriacano viene fuori tutta la disperazione».

All images © Piergiorgio Casotti / Instagram: @piercasotti
Scritto da Iole Cianciosi

Un ringraziamento a Piergiorgio Casotti