“My Dunkirk” by Anaïs Duvert

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Probabilmente tutti noi un po’ ignoranti conosciamo Dunkirk grazie al film girato in 65 mm mista ad IMAX di Cristopher Nolan, quello candidato agli Oscar, agli AACTA, ai BAFTA, ai Golden Globe e anche al David di Donatello (un modo come un altro per dirvi che sì, ne vale la pena di vederlo, ma solo se avete un sacchetto antipanico affianco al divano). Ma oltre all’ansia perenne, quella che ti fa trattenere il fiato per due ore intere, cosa ci colpisce di più del film?
Siamo a pochi chilometri dal confine con il Belgio, nell’estremo nord francese, a Dunkerque, tra il molo est del grande porto marittimo e la Plage de Malo-les-Bains. Ricordiamo le ambientazioni di Dunkirk come delicatissime: spiagge immense, mare aperto e poi il nulla, ma come è il paesaggio oggi, a quasi ottant’anni dall’Operazione Dynamo?
Abbiamo avuto il piacere di conoscere e parlare con Anaïs Duvert, una giovane fotografa francese dalla fortissima sensibilità artistica ma anche un’appassionata di cinema e di fotografia cinematografica, e in quest’intervista ci racconta di come sia incredibile che qualcosa che ci piaccia possa portarci altrove, di come l’arte riesca a tracciare sentieri da percorrere con una facilità invidiabile, ma non solo. Rimanendo fedele alla sua realtà ma cercando di rispondere anche alla realtà collettiva, Anaïs ci invita, attraverso la sua fotografia, a chiudere gli occhi e a sognare con lei.
Dunkerque oggi è diversa da come la ricordavamo, è urbana ed industriale, c’è più cemento che spiaggia ed il progetto “My Dunkirk” ne cattura ogni dettaglio: è diviso in tre parti distinte “Industry”, “Morning Dew” e “Night Gifts”, che ne raffigurano la forma in diversi momenti della giornata. Le abbiamo fatto qualche domanda per capirne di più.

Ci hai raccontato che sei un’appassionata di fotografia cinematografica, c’è qualche riferimento al film di Christopher Nolan Dunkirk? Tutti conosciamo Dunkerque grazie al film, e il tuo progetto è diviso in tre parti, proprio come il film di Nolan.

No, non c’è alcun legame con il film di Christopher Nolan. Sono una grande fan di Nolan ma devo confessare che non ho visto quel film in particolare. Forse perché non sono molto attratta dai film di guerra, a meno che non si tratti di Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg (sono anche un grande fan di Spielberg). Ma non sapevo che Dunkirk fosse diviso in tre parti, è una coincidenza curiosa e sono felice di averlo scoperto!

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Come mai allora proprio Dunkerque?

Ciò che mi spinse ad andare a Dunkerque fu soprattutto la serie francese Baron Noir. È stato soprattutto per il contenuto visivo piuttosto che la sceneggiatura della serie in sè (il tema principale di questa serie tv è la politica contemporanea in Francia): quando ho visto questi edifici enormi, il mare infinito e la calma perfetta, sapevo che era il posto in cui dovevo andare. Penso di aver bisogno di calma e pace in questo momento della mia prima vita da fotografa, e ho scelto il posto giusto.

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Dicci qualcosa della prima parte del tuo progetto, Industry. Prima ci hai detto che è proibito scattare fotografie lì, ma come mai?

Volevo catturare la notte lì, compresa quella industriale. Volevo abbellire tutto quell’inquinamento e catturare la vita notturna, lavorando su fumo e luci che provenivano da quel luogo industriale così unico. E’ stato proibito fotografare quei luoghi a causa degli attacchi terroristici in Francia, penso che ora vogliano proteggere questo tipo di settori per evitare qualsiasi problema. Io ho avuto la possibilità di incontrare un fantastico host che mi ha accompagnato in auto in quei posti, così da poter scattare velocemente le foto… ed in effetti, dopo 15 minuti lì, l’inquinamento era talmente forte che ci ha obbligato ad andare via e interrompere il nostro viaggio.

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Nessuno avrebbe detto che oggi Dunkerque fosse così industriale, men che tutto guardando le tue foto.

Con il mio lavoro, ho provato a mostrare il contrario, in effetti. Era come tentare di dimenticare il lato negativo delle pratiche industriali mostrando un contenuto onirico. Questo è anche il motivo per cui ho chiamato tutta la serie My Dunkirk, perché è il mio modo di vedere le cose e trasmetterle. Ognuno ha il suo modo di considerare e vedere le cose, penso.

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Parlaci della seconda parte del progetto, Morning Dew.

La rugiada mattutina viene chiamata “rosée du matin” in francese. Il mio intento, con la seconda parte, era di abbracciare e mostrare un’unica mattina in quella città. Lontano da ogni violenza o da tempi difficili, quella serie mette in luce aspetti urbanistici, in un silenzio profondo, condiviso a volte con le persone, altre volte no. Come la rugiada delicatamente è disposta su un fiore, il mio occhio ha cercato di catturare delicatamente ciò che la dolcezza di una mattina significa per me, tra cemento e mare.

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L’ultima parte del progetto, “Night gifts”, è il continuum di una serie già iniziata quasi due anni fa’ e che gira il mondo con te tra l’Olanda, la Tunisia e la Francia, con l’intento di catturare, attraverso le luci delle finestre dei palazzi, la vita semi-addormentata che vi è dentro, come se fossero dei piccoli doni notturni.

L’ho chiamata Night gifts perché credo la notte mi offra un dono che devo restituire, come uno scambio con lei. E mi piaceva la parola “regalo”. Dare è bello, nel fatto di dare, non c’è prezzo. La notte contiene un mistero nel suo silenzio, a volte anche un rumore è silenzioso. Ho cercato di non essere molto lontana dalla realtà collettiva e tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo chiesti chi ci fosse dietro questa o quella finestra. Ho sempre notato che abbiamo questo atteggiamento inconscio quando passiamo accanto a case o appartamenti illuminati. Ma ho anche cercato di rispondere alla mia immaginazione e penso di esserci riuscita. E se il risultato della mia visione abbraccia quella dell’altro, sono pienamente soddisfatta perché c’è un collegamento tra le fotografie, lo spettatore e me.

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All images © Anaïs Duvert
Written by Marta Mauriello

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