Listen To Me di Simone Motta

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Simone Motta non lo conosco di persona, ma me lo immagino tra la nebbia della pianura veneta a fare fotografie e a rammaricarsi, di tanto in tanto, per quello che sta succedendo. Gli ho scritto il 27 marzo alle 15.33 dal silenzio della mia quarantena bolognese, gli ho scritto per parlare del suo ambizioso progetto Listen to me – parte di un lavoro ancora più ampio dal titolo Habitat, che porta avanti da quattro anni – una specifica serie fotografica che tocca il tema del surriscaldamento globale e dei suoi effetti sulla campagna veneta. Quando mi hanno menzionato per la prima volta il suo lavoro è subito iniziato a girarmi per la testa il ritornello di una canzone delle Luci della Centrale Elettrica, quella che fa “nel profondo Veneto, dove il cielo è limpido, dove il sole come te è sempre pallido”. Poi mi sono decisa a scrivergli, per disincantare la mia idea, per fare smettere a quella melodia di tormentarmi. Perché il punto è proprio questo: il cielo, nel profondo Veneto non è più limpido, e non lo è per un motivo preciso: l’inquinamento, le modifiche antropiche che hanno determinato il riscaldamento globale e tutta una serie di sciagure a cascata. Quando poi ho visto le sue fotografie e in seguito le ho guardate attentamente, quelle mi hanno fatto immediatamente pensare ai paesaggi della Ruhr immortalati da Albert Renger-Patzsch, scatti che ho avuto modo di osservare nella IV Biennale di Fotografia dell’Industria e del Lavoro organizzata dalla Fondazione Mast a Bologna nel 2019.

Simone Motta Simone Motta
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Penso che il mio procrastinare nel contattare Simone Motta sia principalmente dovuto al fatto che oggi parlare di riscaldamento climatico non solo fa paura, ma fa anche male. Non solo vogliamo negare il problema e tentiamo tutti i possibili modi per farlo, ma vogliamo sminuirlo, vogliamo scansarlo, ce ne vogliamo disfare, perché è un argomento scomodo. Un bel giorno, però, arriva il momento di guardare la realtà, di riemergere dagli abissi sonnolenti delle nostre paure e affrontare faccia a faccia le conseguenze dei mali che noi stessi, uomini e donne, abbiamo inflitto al mondo. Il momento di presa di coscienza dei nostri peccati, ha coinciso per me con le 15.33 di un venerdì di fine marzo, quando ho deciso di porre una semplice domanda al fotografo trevigiano.

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Iole Cianciosi:
“Mi sono fatta coraggio e voglio parlarne con te di questo grosso pasticcio che abbiamo creato, quindi ti chiedo, se hai piacere, di raccontarmi meglio quando inizia il tuo progetto, cosa gli ha dato il la, voglio sapere com’era prima la campagna veneta e cosa è diventata adesso. Com’era oggettivamente quest’area geografica e com’era vista dai tuoi occhi. Puoi scrivere liberamente quello che ti va, le tue sensazioni, i tuoi pensieri sparsi. Parliamo, come persone normali, e io sono pronta ad ascoltarti.”

Simone Motta:
“Vorrei subito toccare un punto che hai affrontato. Credo che il raccontare la realtà oggettiva con la fotografia, sia proprio il mezzo ideale per contrastare questa paura a cui accennavi precedentemente, in modo da sensibilizzare sempre più le persone al problema. Esso esiste e non dobbiamo nasconderlo, dobbiamo invece cercare di farlo entrare nella nostra quotidianità in modo tale che la nostra consapevolezza aumenti il suo “raggio d’azione”. Purtroppo, noi sensibili al problema siamo ancora in minoranza. Non so dirti se questa serie fotografica è possibile collocarla temporalmente, ma la ritengo più una sfaccettatura di un progetto iniziato circa quattro anni fa, quando decisi di trasferirmi in un paesino sulle sponde le fiume Piave. Seguo settimanalmente l’andamento stagionale e di conseguenza climatico, puoi quindi immaginare quanto questa situazione mi abbia portato a sviluppare la consapevolezza di cui ti parlavo prima. Un’altra cosa che ha sicuramente influenzato questa serie è la mia passione e predisposizione per le giornate grigie e nebbiose. Le cose che mi mancano sicuramente di più della “vecchia” campagna veneta sono legate a ricordi di quando ero bambino e purtroppo sono strettamente legati all’argomento che stiamo affrontando. Durante l’inverno avvenivano almeno due copiose nevicate. Quel bianco candido mi manca da morire! Poi le immancabili scorrazzate giornaliere nei boschetti del paese, ormai quasi diventati rarità.”

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Che cosa c’è dentro gli scatti di Listen to me? Un tempo sospeso, congelato come le goccioline di acqua che formano la nebbia. Sono foto che ci mettono di fronte alla realtà per quello che è, senza dire nulla, scatti che mirano ad avviare un percorso introspettivo orientato a renderci consapevoli di quanto siamo fragili e impotenti e anche colpevoli.
Ci lasciano in mezzo a una strada umida, chissà dove, senza orientamenti attendibili né certe mete, a sperare e disperare al contempo. Mentre noi sentiamo da lontano il lento e sinistro naufragare del cambiamento che rimbalza sulle nostre giornate e poi sprofonda dentro le nostre vite. Un cambiamento dagli esiti infausti, stavolta, perché non tutti i cambiamenti conducono ad amene primavere. È un cambiamento che come un impeto creativo ci sovrasta e ci spaventa. E allo stesso modo della creazione, la distruzione è inarrestabile e gli artefici siamo noi. Con le nostre azioni e con il nostro silenzio. È per questo che se ne deve parlare, per arrestare il flusso e creare una controtendenza, una forza costruttiva più intensa e più pregnante di quella distruttiva che possa invertire l’attuale rotta. Solo così potremmo salvarci, e non unicamente illuderci di farlo.
Credo che la fotografia di Simone Motta, non solo stilisticamente ma anche per quel che riguarda i contenuti abbia molto in comune con la Nuova Oggettività. Perché come gli artisti della Neue Sachlichkeit la realtà riprodotta da lui è disincantata, senza aggiustamenti, senza addobbi vari. Anche se più che alla pittura della Nuova Oggettività – quella politicizzata contro il regime nazista e anche dallo stile più espressionista, dalle linee marcate e i colori distorti di Grosz, Dix e Beckmann, solo per fare qualche nome – si guarda alla fotografia di Albert Renger-Patzsch, nello specifico il progetto di Motta ricorda molto il lavoro del fotografo tedesco sui Paesaggi della Ruhr, sul grande substrato industriale europeo raccontato per quello che è: ciminiere, case di legno e mattoni tutte uguali, paesaggi innevati, alberi in lunghi filari o solitari in mezzo al nulla, reti metalliche divelte, erba ghiacciata e mucche al pascolo con lo sfondo i fumi industriali, tutte queste cose, poi, coperte da un leggero strato di polvere, conseguenza dell’enorme inquinamento dell’area.
Non è forse un caso il mio citare Renger-Patzsch e neanche paragonare la regione della Ruhr degli anni ‘30 circa del Novecento al Veneto del primo ventennio del XXI Secolo. Non è un caso perché oggi, quello che è stato uno dei più importanti bacini minerari dell’Europa Settentrionale è un museo a cielo aperto, infatti dopo gli interventi di bonifica e decontaminazione del suolo, si è attuata una importantissima riqualificazione del paesaggio, trasformando tutti quelli che erano stati impianti industriali, in luoghi della cultura.
Forse cambieremo idea, stile di vita e atteggiamenti nei confronti della realtà che ci circonda e ospita, forse l’esempio virtuoso della Ruhr può servirci da guida e forse, alla fine, anche noi potremmo esclamare Die Welt ist schön, il mondo è bello.

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Simone Motta è nato a Treviso nel 1989. Ha sempre vissuto in campagna e qualche anno fa si è trasferito sulle sponde del fiume Piave, a Saletto. Fotografa da dieci anni, ama la natura e il silenzio.

All images di © Simone Motta | Instagram: @__nine__506
Scritto da: Iole Cianciosi – Tradotto da: Valeria Piunno

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