“L’infinito presente” di Iacopo Pasqui

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L’infinito presente. Che squallida contraddizione, che trovata pubblicitaria. Come può un infinito essere presente, com’è possibile che ciò che non ancora è, ma che sarà, nello stesso istante è, ora, qui? Può, perché l’arte può. «L’arte è il trionfo sul caos» John Cheever.

Sono le sei del pomeriggio e il sole è ancora alto. Prati sterminati mi passano veloci accanto, con qualche albero e tanti verdi diversi. Un casolare lontano, rondini in volo, elettrodotti ad alta tensione, palazzi, architetture industriali. Intanto cerco di cogliere l’anima delle fotografie di Iacopo Pasqui, per arrivare al loro significato nascosto. Mi rimbalzano immagini attorno, mi sovrastano. C’è il mare, una donna con molte primavere addosso, una falce e martello su un costume rosso, un ciondolo con dedica, tatuaggi, baci, gelati, gechi, palle da bowling, alberi divelti e soli, nuvole, scogli, radici, bigodini, culi, antiche motociclette, sedie di plastica, fiori per i morti, vecchi e bambini, orizzonti contemporanei. Il sacro che si mescola al profano in questo triste, terribile e splendido gioco che chiamiamo vita. I particolari dell’esistenza, i dettagli insulsi, strabordanti di significato, perché è l’occhio di chi guarda che dà senso alle cose. Tutto quello che vediamo ma che non riusciamo a cogliere, tutto quello che guardiamo senza osservare più con attenzione. Ci sono i luoghi, che possono essere privati e intimi, come un letto disfatto con un muro neutro da sfondo e la luce che l’accarezza consapevole di essere di fronte a un oggetto candido come un confetto, delicato come ceramica. C’è un modo particolare di rapportarsi alla realtà, di prenderne in prestito solo dei frammenti, come lo scorcio di un muro tra un prato e il cielo, come un garofano rosso rosso su un tavolo di legno, come la crepa di un vetro: ragnatela di ghiaccio.

Abitano le fotografie di Pasqui tutti gli elementi del nostro quotidiano e le sue ferite. Luoghi colti nella loro solitudine, zone di riposo, vuoti come le piazze di De Chirico, e gente sulle spiagge o sulla neve – un omaggio forse alla terra che lo ospita: l’Abruzzo, tra l’Appennino e l’Adriatico – in cristallizzati moti, come nei quadri di Pieter Bruegel il Vecchio, un tuffatore in un acqua che ricorda cromaticamente quella di Hockney.

A Pasqui abbiamo chiesto qualcosa e lui ci ha risposto.

– Sto leggendo i diari di John Cheever, non hai idea di quante volte ricorra la parola luce dentro quelle storie private, ma una cosa che trovo interessante nelle tue fotografie più che la luce, è la temporalità. Non è il tempo inquieto di cui scrive Julian Barnes, ma un tempo bloccato, quello nella fotografia, e al contempo la percezione di una realtà parallela, fuori da quel tempo, quella del mondo, che imperterrita va avanti. Tu cosa ne pensi?

P: La fotografia è per me qualcosa di magico, una via di fuga, la costruzione di un mondo parallelo, di una realtà che esiste almeno nella mia immaginazione e dove il tempo non ha importanza. E’ la realtà “dell’infinito presente” e questo è uno degli assiomi che smuove tutto il mio lavoro e la mia ricerca. La fotografia è un’isola, non posso dire “felice” poiché non è sempre così ma è la mia evasione, è il “luogo” della partenza, è il luogo del ritorno, della memoria, è il luogo dell’inconscio ma è anche il luogo del mistero, della semplicità e della leggerezza. Racchiude in sé tante aspetti e rispecchia molto me stesso, per questo è un linguaggio (quello fotografico) simbiotico col mio pensiero. La luce è la vera materia nella sua immaterialità, si fa percezione ed è la chiave fondamentale per aprire la porta della conoscenza. La luce è rivelatrice, plasma ed aiuta a dare una lettura diversa a ciò che abbiamo intorno.

– Quando inizia la tua storia di fotografo e come inizia?

P: Inizia a tutti gli effetti nel 2008. Nel 2004 ho avuto un primo contatto con una macchina fotografica di mio padre, facevo fotografie per strada e ai compleanni degli amici. Non era una passione, non lo è mai stata. Era più un’attrazione mentale e mi piaceva parecchio. Ci pensavo costantemente. Nel 2007, con il primo stipendio di un lavoretto estivo, comprai una macchina fotografica digitale. Non ci fu molto feeling ma era utile e comoda. Dopo quella stagione presi respiro, e coraggio; decisi così, di punto in bianco, di partire ed iniziare a fotografare, più che altro per “conoscere il mondo”, dapprima quello lontano, estremamente distante dal mio. Dopo diversi periodi di pellegrinaggi tra est, ovest e sud del mondo, tornai a casa e decisi che era giunta l’ora di iniziare a conoscere il mio, di mondo, e mi buttai. Avevo capito di dover saltare su questa grande e misteriosa scatoletta magica e che sarebbe diventata la mia vita. In realtà non fu una scelta ma una sorta di vocazione; non so, lo sentivo e mi bastava. Nel mentre vendetti la fotocamera digitale e ne comprai una analogica, lì ci fu molto feeling.

– Chi sono i tuoi maestri?

P: Massimiliano Camplone, Paolo Dell’Elce, Attilio Gavini: per me sono state e sono ancora persone fondamentali, nonché maestri di vita

– Quanto c’è di te nei tuoi progetti fotografici?

P: Tutto. C’è me stesso, la mia vita, la mia intimità, le mie paure, i miei sogni, le mie ambizioni. Partono sempre da forti motivazioni e interrogativi interiori per cui è inevitabile che ci sia del mio. Mi piace pensare che siamo quello che fotografiamo, fotografare è un gesto d’amore per la vita, tutta, e quindi va da sé che è un atto, che sé fatto con una certa consapevolezza non può che contenere noi stessi. Dovrebbe esserci tutta la nostra esperienza. E’ così bello fotografare, svelare la parte nascosta e sconosciuta delle cose. C’è troppa bellezza intorno a noi ma la vita il più delle volte ci rende ciechi ed i fotografi dovrebbero servire anche a questo, ad aiutare a ri-scoprirla.

– Qual è la relazione tra i titoli che dai ai tuoi progetti e il contenuto degli stessi? Quanto incidono le parole sull’immagine? Penso a “C’è un agave gigante in Via Sicilia” e a “N” tra gli altri.

P: Sono titoli che hanno molto a che fare con i contenuti ma ancor più con quello che sta dietro ai progetti, cerco di non scegliere mai titoli esaustivi in quanto è molto difficile – se non impossibile – che un lavoro esaudisca i quesiti per i quali è nato. “N”, ad esempio, è l’iniziale di tante sensazioni, stati d’animo e aggettivi che ho sentito mentre concepivo il lavoro. “N” è anche nulla, è noir, è noia, novità, nascita, normalità.  

– Qual è il progetto fotografico a cui tieni di più e perché?

P: Non c’è un lavoro a cui tengo di più, sarebbe come chiedere a un genitore a quale figlio tiene di più. Posso dirti quale sento più vicino a me in questo momento e ne sono due, il primo è “N”, l’altro è “Les Plaisirs et Las Jours” ma il titolo è ancora provvisorio –potrebbe essere troppo esaustivo ed è anche rubato a Proust. E’ più una questione di vicinanza legata a quelle domande ed agli aspetti della vita che mi interessano di più in questo momento.

– Il tuo ultimo lavoro N nel dettaglio, se ti va di parlarcene.

P: Molto brevemente, “N” è un lavoro che racconta l’ambiguità di una provincia italiana ed il legame che intercorre tra essa e la generazione dei trentenni, una parte dei trentenni. Volevo raccontare una mia condizione di disagio nei confronti del luogo in cui abito, ambienti non molto distanti dalla gran parte delle città di provincia presenti nel nostro Paese e ho scelto di farlo attraverso un confronto generazionale con una parte di miei coetanei che troppo spesso vive nella mia stessa condizione.

– Un libro, una canzone, un film, una poesia.

P: “Grammatica della Fantasia”, di Gianni Rodari, è un libro magico che si addentra nei meccanismi dell’immaginazione, trovo sia un volume davvero fondamentale per chi ha a che fare col pensiero e con la creazione di storie, sia visive che letterarie. Unfinished Sympathy” dei Massive Attack, “Der Himmel über Berlin” di Wim Wenders e come poesia scelgo “Una lezione di Kamasutra”, di Mahmoud Darwish.

Iacopo Pasqui, classe 1984, è un giovane fotografo che si sta ampliamente affermando nel panorama internazionale. Fiorentino di stanza in Abruzzo, a Pescara. Le sue fotografie sono apparse su Artribune, L’Espresso, Vice e The Smart View, i suoi lavoro sono stati esposti nel 1999 al MAXXI di Roma, nel 2017 a Bologna in occasione di Set Up+, al Salonnico Photography Festival e al Biscuit Building di Londra, nel 2014 è stato selezionato tra i 19 artisti del progetto Off Site Art, organizzato da ArtBridge all’Aquila. Ha partecipato ad una masterclass con Anna-Kasia Rastenberger e Federico Clavarino al Fotofestiwal Lodz / Parallel. Ha ottenuto il Premio Leica Talent Italia nel 2011 e il Premio della giuria Arti Visive San Fedele, nel 2016. È il vincitore della Giovane Fotografia Italiana di Reggio Emilia, edizione 2019.

All images © Iacopo Pasqui
Instagram:@iacopopasqui / Sito web:www.iacopopasqui.it
Scritto da © Iole Cianciosi

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