“Light as a Second Skin” by Manto Prestipino

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Ciao Manto ti diamo il benvenuto su FramePress Magazine.
Raccontaci un po’ di te.
Ciao, intanto vi ringrazio per questa opportunità!
Sono Manto Prestipino, ho 24 anni e vivo a Palermo, città in cui sono nata e che col tempo ho imparato ad amare. La fotografia mi accompagna da un po’ di anni, ho iniziato ad apprezzarne il linguaggio durante l’adolescenza ed essendo una persona molto riservata, mi affido molto ad essa per esprimere la mia sfera più personale. Nutro anche una passione per il cinema, che ho scoperto grazie al mio ragazzo.

Queste foto sono state scattate in analogico.
Puoi dirci quale macchina e che rullini hai usato?
Ho usato la mia Nikon FE con un 50mm f1.8 e dei rullini Kodak Ultra Max 400. Ho scoperto questa macchina fotografica grazie ad uno dei miei più cari amici, che mi regalò quella del padre ormai inutilizzata. Non gli sarò mai grata abbastanza, perché è grazie a quella camera che ho scoperto il mio amore per la fotografia analogica. Ero sempre stata affascinata dall’analogico ma la mia esperienza si era limitata alle usa-e-getta (non contando due tentativi meno fortunati con due diverse point and shoot, entrambe rotte e in entrambi i casi la scoperta è avvenuta solo dopo aver scattato l’intero rullino…).

Perché hai scelto la pellicola anziché il digitale?
Ormai da qualche anno mi affido esclusivamente all’analogico, sono convinta sia il medium che meglio riesce a far emergere la mia visione della realtà. Inoltre pianificavo di utilizzare delle luci molto intense per questo shooting ed ero molto incuriosita dalla combinazione luce-pellicola-pelle.

Cos’è per te la fotografia analogica e cosa provi quando scatti?
La fotografia è sempre stata una compagna per me, attraverso lei riesco a capire un po’ meglio me stessa e il mondo che mi circonda.
La fotografia analogica in particola è ciò che mi permette di andare più a fondo; sento di poter esplorare una dimensione più intima, arrivare ad un livello di introspezione che non riuscivo a raggiungere a pieno scattando in digitale.
Da digitale nativa ho potuto osservare e sperimentare sulla mia pelle il velocizzarsi della nostra realtà; se per alcuni versi adeguarsi a questa istantaneità è inevitabile, abbiamo sempre la possibilità di scegliere quanto. Per questo ho fatto qualche passo indietro dal digitale e ho scelto l’analogico, perché è più in sintonia con la mia persona.
Questo passaggio è stato graduale, col tempo ho acquisito consapevolezza delle mie scelte e delle motivazioni che mi hanno spinta verso l’analogico. Inoltre negli anni mi sono accorta di preferire la grana della pellicola alla definizione quasi perfetta del digitale, non nego quindi che ci siano anche ragioni estetiche dietro questa scelta.

Le foto di “Light as a Second Skin” catturano l’attenzione proprio per i suoi colori forti.
Cosa ti ha spinto a creare contrasti così decisi?
Con questa serie ho cercato di spingermi un po’ oltre rispetto a ciò che faccio di solito, di conseguenza anche i toni ne hanno risentito molto. Se solitamente preferisco toni caldi o pastello, in questa serie ho dato spazio a colori più forti e contrasti più netti per creare dei ritratti dal forte impatto visivo. Forse azzardando, mi piace pensare che l’atmosfera di queste foto rispecchi la personalità di Antonio, in una sorta di provocazione silenziosa.
Nei miei ritratti cerco sempre di non snaturare il soggetto, vorrei che osservando le foto riuscisse a riconoscersi ad un livello più profondo, che la narrazione che se ne sviluppa sia coerente con la sua persona. L’obbiettivo più alto per me sarebbe fargli conoscere qualcosa di nuovo su se stesso, ma penso che più realisticamente ciò che faccio è permettergli di guardarsi dal mio punto di vista.

Il più delle volte, siamo abituati a vedere soggetti femminile nei portrait.
Ma tu hai scelto uno maschile, perché? 
Avevo immaginato dall’inizio un corpo maschile come soggetto per questa serie, che si caricasse di ombre nette e contrasti interessanti quando colpito dalla luce. Già da tempo volevo scattare con Antonio che si è poi rivelato la persona perfetta per questo progetto. Ricordo di essermi sentita molto soddisfatta dello shooting, dell’atmosfera che eravamo riusciti a creare, anche prima di scoprire quale fosse il risultato.

Perchè hai scelto proprio “Light as a Second Skin” come progetto fotografico da pubblicare?
Penso di essermi messa in gioco con questo progetto, per molto tempo ho pensato che i ritratti non fossero alla mia portata; nonostante avessi avuto altre esperienze, non tutte mi avevano lasciata completamente soddisfatta. Questa serie mi ha aiutata a crescere, a dimostrare qualcosa a me stessa e a rimuovere un limite autoimposto, dovuto al timore di deludere le aspettative del mio soggetto (nonché le mie) e di non riuscire a portare alla luce la mia visione.

Stai già lavorando a qualche altro progetto fotografico oppure ne hai uno in mente?
Al momento vorrei continuare a dedicarmi ai ritratti, mi piace molto il processo creativo che si sviluppa interagendo con un’altra persona davanti all’obbiettivo.
Inoltre di recente ho avuto il piacere di lavorare con Undo Videolab, un collettivo di videomaker di Palermo, come direttrice della fotografia per un videoclip musicale. È stata la mia prima esperienza in questo ruolo ed è servita a farmene scoprire il fascino, non nego quindi che in futuro mi piacerebbe dedicarmi anche a questo.

All images © Manto Prestipino / Instagram: @heymanto

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