“DODICI” by Viviana Bonura

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Esistono due tempi, quello della scienza e quello dell’anima, quello esteriore e quello interiore, il tic tac di un sommesso orologio da taschino e il bum-bum del nostro cuore, bomba ad orologeria, muscolo semisferico, che a volte rallenta e altre volte corre a più non posso. È come il cuore del maiale e ricordo ancora quando alle elementari la maestra di scienze ne portò uno in classe, per farcelo guardare, lei col grembiule da massaia, noi alunni vestiti di grembiulini blu ad osservare attentamente atri e ventricoli, valvole e arterie.
Quello che c’è tra un tic tac e l’altro, tra un bum-bum e l’altro è l’intermittenza, sono i bagliori soffusi e confusi delle nostre vite, sono le danze delle aurore, sono gli attimi, impossibili, devastanti, eterni. Per il tempo della fisica un anno corrisponde al moto di rivoluzione terrestre che è fatto di 365 giorni, 52 settimane e qualcosa, 8760 ore, 525600 minuti, 31.536.000 secondi.
Ma il tempo dell’anima, apparentemente meno complicato di una squallida equazione matematica, ma in realtà molto più difficile da capire e interpretare, è sicuramente più affascinante. Non scorre seguendo rotazioni o rivoluzioni terrestri, a volte va troppo piano come una lumaca bradicardica in fin di vita, altre volte accelera il suo ritmo a mo’ di una lepre tachicardica strafatta di coca. È il tempo delle speranze, quello dei sogni ad occhi aperti, delle sorprese, degli amici, dell’amore, è il tempo degli sfaceli, del dio mio chi me l’ha fatto fare, delle delusioni, dei vicoli ciechi.
La vita è la somme di queste due temporalità che vanno a sovrapporsi, benché all’apparenza sembrano marciare come binari paralleli. Questo tempo ci sfugge, ci sovrasta, non risponde a canoni definiti, è eterno forse, e per alcuni è ciclico, ci sommerge e ci disfa, ci prosciuga dai nostri afflati vitali, noi lo abitiamo e stiamo alle sue regole, in silenzio, come orfani, come bambini diligenti, come burocrati efficienti. Viviamo nel tempo più che nello spazio, credo di aver letto da qualche parte ma bene non ricordo dove, non possiamo cancellare questo dato di fatto, non lo possiamo negare, distruggere, possiamo inveire contro questo precetto ma senza grandi risultati; di contro, noi possiamo plasmare il tempo, lavorarlo come se fosse argilla, creta, legno, vetro fluido e viscoso.

Viviana Bonura è una giovane ventenne palermitana. Studia Graphic Design all’Accademia di Belle Arti di Palermo, si occupa di fotografia di strada e di moda. Tramite la fotografia scolpisce il suo tempo, lo conosce, lo interpreta. Con la fotografia intesse un dialogo profondo alla ricerca di se stessa e dell’altro da sé. Parla della fotografia come se fosse un rituale, un lungo viaggio, concepisce l’analogico come una scelta sentimentale e morale. Tramite un ambizioso lavoro ha cesellato il tempo, ci ha ricamato dentro dei dettagli insoliti, meravigliosi. Il suo tempo è quello di un anno racchiuso in un progetto che si chiama DODICI, perché dodici sono le categorie di Kant, i semitoni che formano un’ottava, i figli di Giacobbe, le fatiche di Ercole, i dei dell’Olimpo, i Paladini Carlo Magno.

Viviana Bonura Viviana Bonura

Com’è stato il tuo anno, allora? Che ne hai fatto dei giorni che l’hanno abitato, come sono state le giornate d’estate e quelle d’autunno e la gente che hai fotografato? Di stelle cadenti ne hai viste ad Agosto e di sogni ne hai espressi? Quante promesse sono state infrante e quanti piani che avevi cucito su fogli di carta con penne da quattro soldi hai disfatto? Quante strade percorso, quanti posti e genti hai amato? Mi sono sempre sforzato di andare all’anima delle cose scriveva Flaubert a George Sand, e io voglio, se me lo permetti, raggiungere il cuore del tuo lavoro.
Il mio ultimo anno è stato un punto pieno di significato che ho apposto sulla linea immaginaria della mia vita. Io lo chiamo “punto zero” anche se tecnicamente non lo è. Ciò che considero propriamente come “punto zero” è quello in cui nasciamo, ma si tratta di un inizio di cui non siamo consapevoli nel momento in cui succede, una partenza che accade e basta senza che possiamo determinarlo né prevederlo in prima persona. Io ho voluto simbolicamente metterne uno mio, perché per me questo anno è stato una sorta di rinascita desiderata e volontaria.
Credo sia legittimo per l’essere umano voler capire il tempo e la sua esistenza nel mondo, scandendosi dei piccoli tempi interiori slegati dal Tempo. Io ho voluto scandirne uno lungo dodici mesi, dopo il diploma e dopo l’esperienza difficile e con poche soddisfazioni del liceo. Era l’unica cosa giusta che potevo fare in quel momento particolare e delicato, una specie di rivincita e di sfida con me stessa per capire quale fosse il mio valore e se davvero ero come mi conoscevo, capire dove potesse andare la mia vita da quel momento in poi e affrontare delle paure.
Avevo voglia di uscire dal guscio, che quel punto fosse l’inizio per tracciare una linea e per disegnare qualcosa. All’inizio mi sono detta: “vediamo dove vado a finire entro un anno se prendo una macchina fotografica in mano come mi dice da tempo il cuore”. Poi mi sono fatta una lista del tipo “cose da fare durante l’anno” che conteneva dagli obiettivi più stupidi fino a quelli più ambiziosi. Alla fine molte spunte le ho messe, mentre altri punti sono rimasti vuoti, ma mi sono resa conto che l’importante non era riempirli né seguire pedissequamente i miei piani, perché è materialmente impossibile dato che non viviamo in una bolla di vetro, quindi bisogna adattarsi e muoversi dentro il flusso delle cose. Ho speso tantissimi soldi e ne ho guadagnati pochi ma è accaduto dopo moltissimi sacrifici, ho avuto alcune crisi d’identità soprattutto all’inizio, ho perso tanto e mi sono resa conto di aver perso altrettanto già da tempo, ho sentito il bisogno di cose che non avevo, ma ho ricevuto in cambio cosa dal valore immenso iniziando dal niente se non con una macchina fotografica.

Viviana Bonura Viviana Bonura

La fotografia per te è un dono, una poesia? O forse un lavoro minuzioso, una tecnica scrupolosa?
Per me la fotografia è un modo per conoscere, capire e comunicare. E’ un mezzo d’espressione e di narrazione indescrivibile che mi ha dato tantissimo e mi continuerà a dare tanto. Ho scelto la fotografia come una sorta di estensione di me stessa e farlo mi ha ricordato il modo in cui si imparano le cose per la prima volta. La fotografia mi permette di essere incredibilmente istintiva e spontanea, ma anche attenta e precisa, mi permette di allungarmi e di entrare dentro le cose e le persone, ma anche di ritrarmi e di scavarmi dentro.

Viviana Bonura Viviana Bonura

Chi sono i tuoi maestri, i tuoi eroi, se ne hai ancora? Qual è stato il momento più brutto del tuo anno che hai raccontato con la fotografia e quale il più bello?
La mia città è la mia maestra. Mi ha reso ciò che sono e mi influenza nel modo in cui penso e vedo le cose. Palermo è molto importante, credo che ci sia sempre un pezzo di questa città nelle mie foto, è inevitabile perché crescere e vivere in un’isola è un’esperienza molto particolare, poi a maggior ragione in una città così piena di storia e di contrasti. Palermo ti turba, ti fortifica, ti stupisce. Io l’ho odiata per molto tempo, adesso avrei bisogno di partire per poter tornare, ma nel frattempo cerco di capirla anche con la fotografia. Le persone sono i miei maestri ed alcuni hanno la macchina fotografica in mano ed altri no.
Fosse per me racconterei tutto ciò che vedo con la fotografia. Il fatto è che in certe situazioni le persone potrebbero non gradire o addirittura sentirsi offese se ti metti a fotografare. Da un lato le capisco, indipendentemente dallo strato sociale la fotografia viene considerata ancora come una cartolina dei momenti ideali, cornici da appendere al muro in modo che quando le vedi puoi ricordare qualcosa di felice o puoi mostrarle agli altri dicendo di esserlo stato. A molte persone non piace essere fotografate nei momenti tristi, ordinari, squallidi o conflittuali perché non gli piace vedersi e farsi vedere così. Per questo mi piacerebbe poter essere invisibile o forse è solo questione di assumersi il rischio di essere di troppo. Io fotografo perché voglio dire la mia verità, voglio raccontare delle storie che rispettino l’esistenza umana e per questo bisogna accettare di essere vulnerabili. Mi sono fotografata alcune volte durante quest’anno e molti autoritratti sono nati dai momenti più brutti o dalla necessità di metabolizzare delle cose difficili. Mi viene in mente anche quel giorno in cui io e la mia famiglia siamo andati nella vecchia casa di campagna di mia nonna, quella dove da piccola ho trascorso tantissime estati e fine settimana, e che dalla sua morte è completamente abbandonata. E’ stato un giorno molto pesante, in cui mi sono resa conto che ogni angolo di quella casa custodisce dei ricordi felici, ma anche che ormai sia abitata da tantissimi fantasmi. Mio padre ha pianto mentre guardava il modo in cui le piante si erano mangiate totalmente il cemento e io avevo soltanto la mia macchina fotografica per capire cosa stavo provando, per cui quel giorno gli ho fatto un ritratto. Fortunatamente per il mio equilibrio psicologico ho fotografato anche dei momenti belli, le prime volte in cui ho incontrato delle bellissime persone, momenti veramente leggeri e pittoreschi da sembrare surreali, momenti cristallini e cristallizzati. In ogni caso, che siano belli o brutti i momenti di quest’anno che ho fotografato, ma anche quelli che ho lasciato sfuggirmi, hanno per me un’importanza fondamentale.

Viviana Bonura Viviana Bonura

Quando hai preso consapevolezza di quello che stavi costruendo con la tua fotografia?
Devo dirti la verità – e non per essere scontatamente modesta o forzatamente simpatica – io non so cosa sto costruendo con la mia fotografia. Mi sono scavata dentro, ho cercato di capire gli altri e ho capito che così potevo crescere, ho cercato di dare una dimensione ai sogni e alla realtà per iniziare a collocarmi da qualche parte, ho fatto quello che amavo.
Ma come ho detto all’inizio per me questo anno è stato un punto dopo il quale ho certamente disegnato qualcosa, ma non riesco ancora a vedere l’immagine finita. Forse è una strada per arrivare da qualche altra parte, forse è una casa dove abitare. Ma va bene così, ci vuole tempo per metabolizzare, ci vuole tempo per capire se queste costruzioni resistono e cosa bisogna fare per migliorarle. Però, sempre per dirti la verità, ho capito che ciò che stavo facendo era prezioso – almeno per me – quando la mia vita ha iniziato a cambiare; quando tutto a un tratto ritrovandomi nelle macchine o nelle case di persone che fino a qualche mese prima non conoscevo ho avuto dei momenti di incredulità e di realizzazione della bellezza di una cosa iniziata dal nulla e con poco che adesso potevo condividere con altri individui capaci di arricchire la mia esperienza, ai quali potevo dare qualcosa in cambio, perché ho scoperto che anche io ho qualcosa da dare; quando stringendo una mano mi sono sentita dire: “io ti conosco per le tue foto e volevo dirti che….” e ho capito che c’è la fotografia può creare ponti da un cuore a un altro; quando alla presentazione del mio primo libro la gente ha voluto supportarmi economicamente oltre che con la loro presenza.

Viviana Bonura

Un anno è un tempo lungo, le fotografie che possono comporlo sono state scelte con cura immagino e guardandole potrebbe accompagnarci qualsiasi cosa, un profumo, delle note specifiche, una particolare condizione del tempo fuori di noi. Se dovessi suggerirci una canzone, o più di una, da ascoltare mentre guardiamo le tue foto, quale suggeriresti? O preferisci invece che le osserviamo in un silenzio sacro, rigoroso?
Sì, le fotografie sono state selezionate con cura perché per me hanno tutte un grande valore a prescindere dal risultato finale, sono foto che ho scelto di scattare tra tante mai scattate. Ma nonostante io le consideri tali e proprio per questo ho deciso di condividerle, sto cercando di imparare che non posso controllare il modo in cui gli altri le guarderanno, quindi lascio a voi la scelta, ma mi fa piacere che tu me l’abbia chiesto. Mi piacerebbe soltanto che fossero viste e non semplicemente guardate, ma ognuno di noi ha una sensibilità diversa e ne sono consapevole. È per questo motivo che la stampa e la successiva pubblicazione di Dodici per me è fondamentale, perché dentro ci sono io che mi faccio leggere come un libro aperto, che mi spoglio da moltissime protezioni, che occupo un ingombro cartaceo, che mi espongo senza sapere cosa succederà. A volte raccontarsi davvero agli sconosciuti o a chi si conosce poco può rivelarsi molto più utile e liberatorio. Perciò vedete ed ascoltate come volete, disegnateci sopra, ritagliate le foto ed incollatele diversamente, però dopo venitemelo a raccontare.

Viviana Bonura

All images © Viviana Bonura / Instagram: @vivianabonura
Intervista di Iole Cianciosi – Traduzione di Valeria Piunno

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