“Andy Warhol and his friends” by Iole Cianciosi

change the language from drop menu

C’è un articolo che raccomando, scritto da James G. Ballard nel lontano 1989 (per capirci, io non ero ancora nata) pubblicato per il Guardian con un titolo che tradotto in italiano suona come Lo spettro al Convito, è quanto Ballard ha da dire su Andy Warhol, un testo in cui racconta di come verso la fine della sua vita «la gente lo evitava, non lo invitava alle feste, lo faceva sedere al tavolo più lontano», in cui ricorda di come sia morto per un’operazione alla cistifellea, nel 1987, in un modo poco glorioso per uno che per una vita intera ha vissuto in mezzo alla gloria, a grandi sovvertimenti, a imprese epiche.

Ci sono alcune valutazioni da fare prima di proseguire con altre considerazioni.

Andy Warhol 1983 by Robert Mapplethorpe

Una delle prime cose da dire è che la fama di quello che lo scrittore britannico definisce «il Walt Disney dell’era delle anfetamine» è sopravvissuta allo stesso Warhol e credo che sopravvivrà anche a noi che oggi leggiamo di lui e che rivestiti di un’aura a metà tra la compostezza borghese e l’estro dell’esperto di arte decaduto, passeggiamo leggeri e con scrupoloso interesse, tra le stanze di musei, fondazioni e antichi palazzi che ospitano le mostre dei giorni nostri. Mostre che si inseriscono in una realtà piuttosto dinamica, in contesti sociali globalizzati, industrializzati, tecnologicamente avanzati, filosoficamente spogli (è solo per provocare) ma artisticamente ancora in fermento. Nonostante tutto, ancora vivacemente capaci di sperimentazioni, innesti, contaminazioni di vario genere.

Andy Warhol and his friends non è il nome di una società di capitali, ma il titolo di una mostra piuttosto attesa e ben riuscita, una mostra che tramite un approccio sinestetico fatto di immagini su tela, lacerti di mondo trasposto in pellicola, musiche, filmati, mette in scena tutti i vizi, le grandezze, i multiformi sviluppi, le contraddizioni, i protagonisti interni di una grande stagione artistica chiamata Pop Art. Oggi Pop Art – considerando il termine come concepito non da un addetto ai lavori, ma da un soggetto a cui è veramente rivolta la Pop Art, ossia l’individuo come popolo, parte attiva di un gruppo sociale, l’individuo con bisogni e sogni, protagonista della società dei consumi, dei selfie, delle apparenze, dei discount, della serialità – coincide, non solo ma in buona parte, con un nome: Andy Warhol.

Andy Warhol and his friendsDefinito da Ballard “un Topolino obnubilato di Valium”, quando io penso a Warhol e alla sua Factory, mi tornano in mente le splendide e allucinate melodie di Lou Reed e dei suoi Velvet Underground, Heroin che sembra non finire mai e invece finisce anche quella. Penso ad una grande stagione di sperimentazioni sinestetiche e a tutto quello che c’è stato tra il 1928 e il 1987: seconda guerra mondiale, rivoluzione russa, la morte di Trockij, la guerra fredda, smanie di conquista dello Spazio, contestazioni studentesche, colpi di stato, omicidi di mafia, crolli di Borse e sistemi politici, morte di rivoluzionari, inaugurazioni di autostrade, strade, tratti ferroviari, nascita di generi musicali, pittorici, ere che si aprono (l’era della tv, quella dei videogiochi), band che si sciolgono (Led Zeppelin 1980) e tanto altro.

Andy Warhol con i Velvet Underground e Nico

Quando penso a colui che ha reso grande un’idea lanciata da Richard Hamilton nel 1956 con l’opera Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing? immagino una festa, non una qualunque, ma una precisa festa tenutasi in un appartamento newyorkese, quella di Americana di DeLillo. Il nome non è una coincidenza, Americana può essere definita l’opera intera di Warhol, un’opera in dialogo stretto e proficuo con un’America fatta di luci e droghe, celebrazioni e musiche. L’America della fama, quella di un grande sogno che ai tempi era carico di possibilità, un sogno le cui percentuali di sfacelo e la componente di disincanto erano ancora invisibili, omessi dalla sua limpida probabilità di realizzazione.

Dunque, in cosa ci si imbatte dentro le sale di un palazzo costruito nel primo ventennio del ‘500 in Via Saragozza a Bologna? In un ordine non proprio preciso di apparizione, compaiono volti accesi di divi del cinema e rivoluzionari della politica, un Lenin che come opera d’arte, non ha avuto la stessa fama di Mao, un Agnelli del 1972, con lo sguardo ipnotico che ammalia e un colore che gronda dalla chioma scura, l’ombra dell’artista che entra nella tela e ne esce, come se nulla fosse, un’ombra dell’81, che ancora appiccicata là, su quella carta velata di rosso, si conserva in tutta la sua vaga pregnanza, immobile e al contempo evanescente, quell’ombra che può assurgere a simbolo della vita di ogni uomo, nel suo manifestarsi e nel suo scomparire.

Mao Zedong, 1973
Lenin Red, 1987
Campbell’s Tomato Soup
Flowers – Orange/Yellow/Purple

Ci sono gli amici e i nemici di Warhol, quelli che ne hanno condiviso idee, contesto, raggio geografico d’azione, chi ne ha subito l’influenza, chi l’ha stimato e odiato. C’è un’esaltazione che raggiunge livelli estremi fino a frantumarsi in un’opera che assurge a simbolo di tutte le contraddizioni di un’epoca: Venere del Canova, di Richard Prince, in cui se si osserva bene, si legge «Warhol put down painting. Warhol was a fucking bone and so were his fuckhead friends and stupid fans. I’m glad he died».

Il punto è che a prescindere da tutto, proprio in nome di quella serialità criticata e osannata, di quella riproduzione eccessiva di oggetti, manufatti, beni di uso quotidiano, invece di scomparire, anche la persona di Warhol si duplica, diventa una e tante come le scatolette della zuppa di pomodoro Campbell’s, si condensa in un nome, ma quel nome contiene moltitudini, universi dentro universi, concetti dentro concetti. A trentadue anni dalla sua morte, il nome di Warhol resta intatto e si rinsalda in questa confusione e mai come in questo mondo globalizzato la sua figura si instaura perfetta, a suo agio tra le nostre vite serializzate orientate alla ricerca di successo con qualche selfie filtrato. Chiamatela fortuna, caso o karma. Warhol intanto sogghigna dalla sua tomba, a Pittsburgh, Pennsylvania.

Scritto da © Iole Cianciosi / Instagram: @io.le